Prime volteItaliano
Il castello che cadeva sempre
La spiaggia è grande, e la sabbia vicino all'acqua è scura e fresca.
Teo ha un secchiello rosso e una paletta. Vuole costruire un castello con una torre alta come lui. In cima metterà una bandiera fatta con un bastoncino e una foglia.
Riempie il secchiello di sabbia chiara e asciutta. Lo gira, lo batte forte e lo solleva piano. Su, su, su... splof! La torre si sbriciola.
Ci riprova. Su, su, su... splof!
Sotto l'ombrellone c'è la nonna. Cerca i vetri di mare e li mette nel suo cestino, uno per uno.
«Teo, vuoi una mano? Io ne ho due», dice.
«No, faccio da solo», dice Teo. Chiedere è più difficile che fare.
Allora batte la sabbia con la paletta, tanto tanto. Su, su, su... splof! Adesso la torre è un mucchio piatto come una frittella.
Teo si siede e sbuffa. Si guarda indietro. Le sue orme brillano piano di verde chiaro, come lucciole, perché le orme brillano sempre per un'ora. Quelle vicino all'acqua hanno i bordi dritti e non si sbriciolano. Quelle lontane, nella sabbia asciutta, sono già mezze sfatte.
«Ah!» dice Teo. «La sabbia bagnata resta su!»
Corre al mare e riempie il secchiello d'acqua. Plic, plic, la versa sulla sabbia e la impasta con le mani. Poi gira il secchiello, lo batte e lo solleva piano piano.
Su, su, su... e niente splof.
La torre sta in piedi. Teo ne fa un'altra, e un'altra ancora, e la bandiera di foglia dondola in cima.
«Che castello!» dice la nonna da lontano, con un vetro verde in mano.
Un granchietto esce dalla porta del castello. Cerca un posto fresco all'ombra. Si ferma, muove le chele e si infila sotto la torre.
Teo ride. Dietro di lui le orme brillano di verde, e le onde fanno sciac, sciac, sulla riva.